La fantasia non corrisponde a un colpo di genio autonomo e isolato, né all’invenzione improvvisa di qualcosa che prima non esisteva: si è creativi perché si guarda a quello che già c’è, alla propria persona e alla realtà circostante come un dono. Come ha affermato il filosofo Rocco Buttiglione, «riconoscere di essere creato mi induce ad essere creativo, ri-creativo: perchè la mia creatività è la continuità di una creazione già avviata, che mi è stata donata».
La fantasia umana – ha chiarito il regista Nicola Abbatangelo – non serve ad immaginare una realtà alternativa a quella presente, ma serve a vedere la verità che in essa è implicita, silente o spesso nascosta, e che attende l’unicità del nostro intervento per venire alla luce.
Secondo la storica d’arte Roberta Tosi, l’arte, in fondo, fa questo: ci spalanca delle opportunità diverse di vedere la realtà – di guardarla più a fondo – per tendere alla verità che la abita. Se non tendesse alla verità, a cosa servirebbe l’arte?
Anche la capacità di dare un nome alle cose, ha suggerito il filosofo Giovanni Maddalena, è in questo una forma d’arte. La prima azione con cui l’uomo trasforma la realtà è, infatti, la parola: Adamo dà un nome alle cose e, così facendo, le riconosce e le introduce in un orizzonte di significato. Ogni autentica novità nasce proprio da qui: dal tentativo di dare un nome nuovo alle cose, di esprimerne più profondamente il senso. Una comunità viva, come quella che si genera attorno al Festival, contribuisce alla società proprio in questo modo: offre parole, opere e gesti capaci di illuminare la realtà e di rivelarne il significato.
Assumersi il rischio di fare un’impresa non è innanzitutto una questione economica, ma una dimensione costitutiva dell’esperienza umana: tutta la vita è un’impresa. Come afferma Rocco Buttiglione, vivere significa sempre decidere in condizioni di incertezza, investire e, perciò, rischiare.
La creatività nasce proprio dalla capacità di vedere possibilità nuove nella realtà, e di mettersi in gioco per realizzarle. Eppure il rischio non può essere affrontato da soli: è la comunità, fatta di incontri, rapporti e amicizie a renderlo ragionevole e sostenibile. Proprio questa appartenenza offre una prospettiva per stare di fronte alle sfide quotidiane del lavoro – dalla competitività all’intelligenza artificiale -, perché chiarisce che ciò che è insostituibile è la persona: la sua libertà, la sua capacità di relazione e l’originalità del suo sguardo sulla realtà.
Le testimonianze degli imprenditori, da Stefano Muroni a Marco Bernardi, da Gianluca Galletti ad Aldo e Milena Vayra, hanno mostrato come ciò che origina un’impresa sia l’amore per ciò che si fa e il bene che, tramite essa, si desidera costruire. Rischiare, in questa prospettiva, non è uno “sforzo”, ma è il modo per corrispondere alla propria natura umana, per essere pienamente sé stessi.
La creatività non è anzitutto un estro artistico, ma la capacità umana di cercare, oltre le apparenze, il significato che le abita e le supera. Nell’arte questa dinamica è chiara: le opere sono immagini che “gridano” un senso. È proprio questo grido che, a cent’anni dalla sua morte, abbiamo riconosciuto nell’opera di Antoni Gaudí. Come ha ricordato don Massimo Manservigi, Gaudí nasce architetto, ovvero osservatore della natura come luogo della relazione tra l’uomo, il mondo e Dio.
Da qui la sua convinzione che ogni architetto, per costruire qualunque oggetto, debba pensare di costruire un tempio: il luogo in cui il significato delle cose si manifesta, si comunica e si incarna. Nella stessa prospettiva Giammarco Piacenti ha raccontato che il restauro della Basilica della Natività di Betlemme non è consistito solo nel restaurare delle pietre, ma nel rinnovare quel messaggio di pace che riguarda il mondo intero e di cui quelle stesse pietre sono segno.
D’altronde, come ha osservato Francesco Botturi, l’arte è questo: raccontare, attraverso la concretezza di un dettaglio o di una pennellata, una verità che ha valore universale e che, proprio per questo, riguarda ciascuno di noi.
Nel 2026 è stata aperta la causa di beatificazione di Marco Gallo, un ragazzo morto a soli 17 anni in un incidente stradale. Don Ottavio, suo insegnante di religione all’ultimo anno di liceo, ricorda la domanda di Marco dopo la proiezione del film Francesco: “ma quindi Dio parla anche alla mia vita attraverso le persone che mi sono date?”.
È proprio su questa possibilità che Marco scommette la sua vita. Giorno per giorno, ha raccontato Mauro Grimoldi, si fa più viva in Marco la consapevolezza che tutta la vita, in fondo, si gioca nel presente: nella decisione di rifiutare o seguire la presenza del Mistero, anche quando questa è ancora una “fragile intuizione”.

